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Piccoli villaggi cosmici

Piccoli villaggi cosmici
 

Napoli e l’Entroterra Sannita ed il matto del villaggio.

 

Benché decaduta ed umiliata, Napoli conserva ancora i caratteri di una grande città mediterranea. Essa è tutt’ora una città che ha dietro di sé e dentro di sé una lunga storia. Nella geometria rigorosa delle sue strade antiche si respira ancora un’aura di grecità. La dignitosa bellezza dei suoi palazzi barocchi, le linee mosse del suo paesaggio, fanno di questa balconata sul mare un incomparabile gioiello urbano.

Un gioiello che giace sotto scorie immonde.

Oggi vivere a Napoli è una sfida ed un cimento continui. Questa città incomparabile sta perdendo tutti i suoi caratteri individuali e si sta assimilando ad una qualunque città moderna. Il rullo compressore della modernità, i ritmi incalzanti, l’appiattimento delle difformità culturali ne stanno cancellando le originalità. In più milioni di persone, costrette a muoversi in spazî ristretti, si scontrano quotidianamente con la legge di impenetrabilità dei corpi. Di giorno è sepolta sotto un tappeto di automezzi strombazzanti che vomitano gas combusti, di notte è invasa da orde di giovani che si rimpinzano di fumo, alcol e vuoto, giovani senza prospettive che schiamazzano e lordano strade e piazze.

Le nostre città – e Napoli con esse – si stanno approssimando all’ideale della bolgia dantesca.

Io, invece, ho da sempre la residenza in una piccola città dell’entroterra sannita: poche migliaia di persone  sparse su linee di colline verdeggianti, tra le quali serpeggiano modesti torrenti. Una piazza, molto più piccola di quanto sarebbe proporzionata ad una piccola città, ne è come il cuore pulsante. In questo salotto urbano, ove poche automobili marciano a passo d’uomo e cedono il passo ai pedoni, accade raramente di non incontrare qualche volto familiare, così come non si può non cogliere, passeggiando, qualche brandello di dialogo, qualche chiacchiera dei suoi loquaci abitanti, che si esprimono con dialettale loquela e la proverbiale arguzia degli uomini di pianura.

È un luogo che per alcuni aspetti – i più deteriori – è sfuggito alla modernità. Le persone che lo abitano non sono costrette a subire gli insulti della vita tentacolare di una moderna metropoli e sembrano appartenere ad un’altra specie di umanità.

Non sono migliori. Sono placati.

Chi vuole comprendere il senso di questa affermazione dovrebbe passeggiare per questa cittaduzza ed avere la ventura di incrociare qualcuno dei matti che vivono nella sua cerchia urbana. Nessuno li teme, poiché non urlano, non danno calci alle porte, non insolentiscono i passanti, ma passeggiano tranquilli come sapienti cinici. Se vi incontrano, vi salutano garbatamente e, quando sorseggiano una bibita al bar, intrecciano conversazioni paradossali dalle quali è difficile capire se sono matti o filosofi.

Quel luogo placato, quella piccola città, è casa dei savi e dei matti. Ogni dimensione dell’umano riesce ad esprimersi. I matti non sono disperati casi psichiatrici. Nessuno sente il bisogno di renderli innocui o di segregarli in lager terapeutici. Sono piante umane con un fusto bizzarro che non contrastano con il giardino: lo rendono più vario ed interessante.

Queste oasi urbane sono, altresì, anche la migliore dimora per quegli altri matti che sono gli uomini di ingegno. Non si deve sgomitare per affermare la propria originalità. Facilmente si eccelle e si consegue la gloria, una gloria ristretta alla piccola cerchia delle sue mura, ma tanto più autentica di quella distratta e transeunte di una grande città.

Quando si cammina per una piccola città campana sorge spontaneo il sospetto che i veri matti siano coloro che sgomitano nelle orrende macro-città moderne, appestate di traffico e con formiche umane che corrono, intersecandosi in caotiche danze senza senso.

Non manca, indubbiamente, a questi formicai un fascino tutto particolare, anche se si è molto mitizzato lo stile di vita della grande città. New York o Tokio sono nell’immaginario di tanti uomini, privi di fantasia e dal gusto plebeo, i luoghi più desiderabili ove trascorrere la vita. La verità, sfrondata dal mito, è che queste conurbazioni sono il paradiso realizzato dell’uomo-massa.

Non vi è grandezza umana che non sia stritolata dalle macine inesorabili di una grande città. L’eccellenza di un artista, la profondità di un pensatore, tutto quanto di eminente produce l’ingegno umano finiscono col divenire spettacoli da baraccone. L’ideale della felicità umana, in questi colossali Leviatani della modernità, è quel fenomeno da circo mediatico che è la notorietà ovvero il premio, tutto fumoso di ventosità, col quale vengono aureolati attori, cantanti e politici.

Nessuno è grande là dove ogni uomo è piccolo. Le creazioni decisive per l’avanzamento della civiltà umana chiedono tempo e silenzio: due beni che mancano paurosamente nelle megalopoli della modernità.

La civiltà urbana di questi conglomerati sta diramandosi su tutto l’orbe terracqueo. Le città, espandendosi, divorano i piccoli centri che le attorniano; i giovani, avvelenati dalle pseudo-culture di massa, vi accorrono desiderosi di opportunità, ansiosi di correre fra questi moderni mirmidoni e con l’ambizione di scalare qualche posizione nel formicaio.

Non occorre essere astrologi per prevedere una ulteriore espansione delle macro-città ed una sempre più spinta riduzione dell’uomo a formica.

Le grandi megalopoli, non importa quali e dove, sono la patria dell’uomo-massa.

Con una argomentazione zoppa, che si ferma solo alla prima proposizione, si sostiene che nelle grandi realtà urbane la creatività umana riceve stimoli continui e possibilità maggiori. Non si aggiunge, però, che tutto quanto di nobile e grande è stato concepito da intelletto umano è germinato nel silenzio e nella solitudine.

Nessun uomo che vive in una grande città moderna alza più gli occhi al cielo. Non vi è più ragione per farlo, dal momento che l’inquinamento luminoso ha distrutto il cielo stellato. Eppure un uomo che più non guarda le stelle è un uomo cui viene a mancare non solo una delle più rapinose bellezze offerte dalla natura, ma anche uno degli stimoli più efficaci al pensiero, alla creazione, alla stessa costruzione del senso della dignità umana

La grande città è la madre del frastuono, sia di quello fisico che di quello spirituale. Quale grande pensiero, quale emozione profonda può sprizzare nel cervello di un giovanotto che cammina in una strada affollata con due microfoni piantati nelle orecchie e che devastano il suo pensiero con onde sonore da oltre cento decibel?

Arturo Schopenhauer ci ammonisce che tra i sensi dell’uomo, quello più vicino all’intelletto è l’udito. Nessuno può concentrarsi nel pensiero se l’udito è ingombrato dal frastuono e chi è avvolto da rumori, senza sentirne fastidio, è certamente uno stupido.

Le grandi città sono proprio il regno del fracasso trionfante.

Ancora sopravvive, nei mari del Sud, qualche isoletta verdeggiante e contornata da un candido atollo che si specchia nell’oceano Pacifico. Se un Dio benevolo esiste, ha certamente piantato da qualche parte del suo paradiso qualche isola analoga per gli uomini più meritevoli. La poesia che noi cerchiamo nelle pagine di un poeta, l’armonia che s’irradia da una orchestra sinfonica, la bellezza delle linee di una elegante architettura, sono offerte a profusione ai felici abitanti di quell’isoletta dalla generosità della natura..

Non so se la civiltà ha eretto anche su queste isolette quegli edifici che si chiamano scuole. Se lo ha fatto, mi permetto di proporne la chiusura e la definitiva abolizione. Qui, in questi luoghi, ove l’uomo ha fatto la pace con sé stesso e il mondo che lo contiene, non vi è più nulla da imparare.

Questi sono luoghi ove l’inquietudine umana e la natura hanno stipulato una tregua che all’uomo non conviene infrangere. In questi luoghi fatati il distacco doloroso, lo iato che rendono disarmonico il rapporto fra noi e la natura, si sono composti. L’uomo vive nel suo ambiente come una lucertola che scivola beata sul suo muricciolo.

Chi sarebbe tanto stolto da pensare che la vita di una lucertola, felicemente distesa al sole, senza che nessun predatore la insidi, con la pancia piena di cibo, allora che le esigenze imperiose della sua specie non la costringono a correre dietro una femmina, abbia bisogno di qualcos’altro per essere tutta realizzata?

Cosa sono questi felici abitanti se non lucertole stese al sole? Quale vita più dignitosa e degna di essere vissuta di quella che ha sopra di sé un cielo che di giorno è di un azzurro abbagliante e di notte è una volta stellata?

Noi, sempre alla ricerca di ciò che ci manca, viviamo su un impietoso rettilineo che corre verso il baratro dell’infinito: i felici abitanti di queste concrezioni coralline vivono nella circolarità di un giorno senza nubi.

Se la vita non basta a sé stessa, se vivere non si giustifica a chi vive nello stesso  momento in cui vive, allora non vi è salvezza. Non vi è grande città che possa guarire chi con le sue stolte ambizioni, con la sua ricerca di beni fumosi, si è posto fuori dal cerchio in cui ogni punto ritorna sempre a sé stesso e l’infinito si concilia col finito.

L’uomo della modernità è il figlio della scienza ed il padre della tecnica. Dalla madre ha ereditato una sete senza tregua di conoscenza ed ha trasmesso alla figlia la sua inquietudine. Non vi è speranza per lui. È difficile immaginare che la sua sete di sapere si possa arrestare per esaurimento del compito e l’esperienza ci ha ampiamente dimostrato come l’avanzamento della tecnica ci dia solo dei vantaggi illusorî. Disponiamo di un patrimonio di conoscenze molto più estese di quelle delle quali disponevano gli Antichi; siamo dotati di strumenti mirabili, dominiamo in molti ambiti la natura, ma non siamo per questo più vicini alla felicità di quanto lo fossero gli Antichi. In compenso stiamo scavando sempre più un fossato fra noi e le nostre speranze.

A buon diritto – e molto più di quel dilettante della devastazione che fu Attila – possiamo affermare che dove giungiamo noi, uomini della modernità, non cresce più l’erba; dove noi giungiamo la natura viene stuprata e umiliata e noi siamo i primi a pagarne il prezzo, perché ogni passo innanzi verso la devastazione è un passo indietro per la dignità dell’uomo.

Non ci si può fare alcuna illusione sull’avvenire delle isolette perdute nei mari del Sud. Ben presto verranno tutte scovate e devastate da orde di feroci turisti onnivori. Centrali elettriche le rimpinzeranno di mega-watt, strade asfaltate e alberghi a 7 stelle lorderanno di macchie sozze, che nessuno potrà più detergere, questi paradisi terrestri.

Temiamo altrettanto anche per la nostre piccole comunità sannite.

Fra non molto la Terra diverrà una unica e mostruosa città. Qualcuno, indubbiamente frettoloso, sostiene che ciò è già avvenuto ed ha battezzato questo mostro iper-umano il villaggio globale. La popolazione mondiale si riduce sempre più in spazi ristretti. Le parole significanti, quelle che Socrate pronunciava in qualche bottega di ciabattino, nella sua Atene, faticano sempre più a farsi udire. Un frastuono pestilente, commistione dei tanti messaggi che vagano insignificanti e caotici, ricopre il pensiero.

La pressione – e non solo la pressione demografica – cresce visibilmente nella immane pentola a pressione del villaggio globale. Presto farà schizzare il suo contenuto in una epica esplosione. Non vi sono cerotti e cataplasmi che possano guarire questa ipertrofia patologica di cui sta morendo la nostra civiltà.

Lo temiamo e lo speriamo insieme.

Quale via imboccare per uscire dalla modernità?

Per la Terra, trasformata dal tallone d’acciaio dell’uomo contemporaneo in un deforme villaggio in cui l’individuo diviene inapparente, non vi è speranza. Eppure si sta aprendo un nuovo sentiero di salvezza per l’umanità del futuro. Copernico ci ha svelato che intorno a noi, oltre la coltre atmosferica, ben al di sopra dei rumori della storia umana, vi è un abissale silenzio ed uno sterminato orizzonte. In questo mondo di là dall’umano, altre isole si librano ed altre ancora il lavoro e l’ingegnosità umana potranno impiantare nello spazio cosmico, in quel buio vellutato che avvolge la Terra, ove campi di forze misteriose fanno muovere girandole colossali di stelle.

Vi è da dubitare che Platone, se avesse potuto, si sarebbe negata la gioia di osservare il maestoso roteare degli anelli di Saturno? Pensiamo che, forse, quello spirito magno avrebbe preferito l’affollata New York ad un’isoletta piantata nello spazio dalla quale avesse potuto mirare queste meraviglie celesti? Dove avrebbe potuto ritrovare il mondo iper-uranio? in una bolgia megapolitana o in una solitudine profonda, al cospetto dell’immensità?

Quella stessa tecnica che ci ha largito doni avvelenati, che sta distruggendo le nostre piccole città, che non tollera la ricchezza della diversità, può divenire come la lancia di Achille e guarire le ferite che essa stessa procura. Quella stessa tecnica che ha fagocitato i villaggi della terra può oggi, e ancor più potrà offrirci domani, l’opportunità di piantare nel cosmo nuove patrie.

Cosa caratterizzava l’antica Atene? L’abbondanza di materie prime che affluivano dal mare, la circolazione delle merci e delle idee e l’ozio felice concesso agli uomini di ingegno che potevano dedicare la loro vita alla creazione artistica ed alla ricerca scientifica e filosofica.

Di tutti questi ingredienti della nostra ricetta, solo uno non è reperibile negli spazî che contornano la Terra: l’ingegno umano. Non dovremmo preoccuparcene. Non è mai mancato nella storia umana un numero adeguato di matti ingegnosi. Spesso, però, è mancato un villaggio sereno ove farli passeggiare ed un bar in cui farli intrattenere.

Nella Atene periclea, all’apogeo della civiltà classica, uomini oziosi, come Anassagora e Socrate passeggiavano per le sue strade ed un altro matto bislacco come Aristofane li prendeva in burletta.

In quegli anni dorati della storia umana gli Ateniesi potevano concedersi il lusso di ridere di Anassagora e di Socrate.

Non mancherebbero alla nostra Atene neppure altre, importanti caratteristiche che rendevano ineguagliabile l’antica città. Essa si specchiava su un mare che era un grande lago, un anello di città variegate e pulsanti di vita contornava il Mediterraneo; le stesse che l’umanità del futuro potrà ricostruire in quel Mediterraneo che fluttua per noi fra l’orbita della Terra e la fascia degli asteroidi.

Nella libertà degli spazî extra-terrestri, ove sarebbe folle costruire grandi città, ma possibile costruire villaggi, tante piante umane potrebbero allignare ad opera dell’ingegno umano restituito a sé stesso e liberato dal tallone d’acciaio della moderna tirannide industriale e dall’oppressione di un disumano capitalismo omicida.

La scarsezza sempre più preoccupante delle risorse, la sfrenata corsa della concorrenza commerciale, la annullata distanza di un luogo dall’altro, rendono tutta la Terra un’unica, mostruosa città, ove si parla un’unica lingua sempre meno significante, ove tutto il passato che ogni cultura si porta con sé viene ad essere sepolto nell’oblio, la civiltà dell’uomo, la gioia del vivere una esistenza circolare sotto la volta celeste, sono divenute impossibili.

La visione del nostro presente ci affanna e quella del futuro non può che riempirci di disperazione. Eppure, come una necessità oggettiva stritola l’umanità del villaggio globale, così una necessità oggettiva determinerebbe una diversa e più favorevole situazione per una umanità che decidesse di levare gli occhi verso quella volta stellata che più non vediamo. La grande sfida dalla quale dipende il nostro futuro è in quelle solitudini celesti che dovremmo imparare a colonizzare col nostro lavoro e col nostro ingegno.

Per quanto possa apparire paradossale, un passato di splendori si sta riaffacciando all’orizzonte della nostra storia. La necessità oggettiva, la convenienza economica renderanno possibile il tramonto di quelle gabbie per matti sfrenati che sono le grandi città. Villaggi cosmici saranno costruiti a profusione da una umanità sempre più desiderosa di liberarsi dalla penuria delle risorse e la distanza fra un villaggio e l’altro, esprimibile in tempo di percorrimento, non sarà di molto superiore a quella che separava una città dall’altra nel Mediterraneo antico.

Quest’ultima circostanza, che potrebbe apparire negativa, è, invece, felice e provvidenziale perché renderà per sempre impossibile, anche nel futuro, la rifondazione del villaggio globale. La stessa velocità della luce, quella velocità con la quale viaggiano le amene sciocchezze che ci scambiamo con i nostri cellulari, faticherà a percorrere le distanze astronomiche. Giorni, settimane e mesi torneranno a dividere un villaggio dall’altro e riapriranno spazio a lingue diverse, concezioni diverse, uomini diversi.

I matti torneranno, sereni e placati, a percorrere le stradine di una isoletta piantata nello spazio; il silenzio, che nessun rumore potrà sovrastare, restituirà al nostro spirito lo spazio del pensiero e sopra di noi, ancora una volta e per sempre, brilleranno le stelle.

 

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