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Cioccolato al Castello – Storia e simbolismi del cioccolato

Cioccolato al Castello – Storia e simbolismi del cioccolato
 

Si è tenuto presso il Castello di Limatola (BN) la manifestazione: Cioccolato al Castello. Nell’ambito di un ciclo di convegni dedicati ai più variegati aspetti di questo cibo, mi è stato affidato il tema: “Storia e simbolismi del cioccolato”. Questo è il testo del mio intervento.

In ogni società umana e in ogni tempo l’alimentazione non rappresenta solo la soddisfazione di un bisogno, ma rappresenta anche una forma di comunicazione: costituisce cioè un insieme simbolico ricco di significati di scambio e identità. Diventa così uno dei fondamenti del riconoscimento per ogni gruppo della propria unicità e diversità rispetto agli altri.

Immaginate una sala parto. Dopo il primo vagito (che serve per aprire i polmoni) il secondo atto che compiamo e cercare cibo. Alimentarsi diventa in tal modo un istinto strettamente connesso al piacere provocato dalla stimolazione della bocca, costituisce, attraverso il passaggio della fase orale, uno dei fondamenti della nostra identità. Alimentarsi rappresenta uno dei primi riti (attraverso i quali percepiamo la differenza tra noi e gli altri) in cui si costruisce un’autonomia dell’Io. Il cibo acquista così una rilevanza simbolica, che non viene più a mancare per tutto il resto della nostra vita. Tutto ciò spiega il valore dato dagli uomini all’atto di cibarsi (valore che va ben al di là delle necessità fisiologiche) e anche il costituirsi in ognuno di noi di specifici rituali alimentari, che rappresentano uno dei mezzi con i quali affermiamo l’unicità e l’autonomia del nostro Io.

L’uso del cioccolato, come per gli altri alimenti, ha dunque una doppia valenza: necessità biologica e simbolismo sociale.

Addirittura il chocolatl nasce con origini nobili in quanto il suo consumo, dato il suo valore rituale e mitologico, era riservato solo ai re aztechi, agli alti funzionari dell’impero ed ai sacerdoti. Non solo è probabile che questo privilegio fosse motivato dal ricco contenuto in grassi e proteine, costituenti alimentari preziosi per popoli la cui dieta era prevalentemente basata sul mais con poche proteine animali e pochi grassi.

Qui necessita un piccolo inciso: in un mondo globalizzato e i cui gusti alimentari sono variegati e manipolati nelle tendenze, appare inspiegabile come sopravvivano divieti alimentari in popoli molto religiosi e nelle popolazioni odierne a tecnologia limitata. Questa auto-limitazione alimentare deriva da queste esigenze storiche, nel significato di sacralità attribuito a taluni cibi o bevande, e nel significato profondamente logico, funzionale al mantenimento o al miglioramento delle dinamiche strutturali del gruppo nelle civiltà povere. Nelle civiltà precolombiane le classi dirigenti si riservavano la bevanda per assicurarsene gli apporti nutrizionali e il benessere psicofisico

Ciò veniva a costituire uno stile alimentare dei nobili diverso da quello del popolo, ne permetteva un miglior apporto nutrizionale e grazie all’innalzamento della Serotonina, manteneva elevato il tono dell’umore, in modo che le classi dominanti potessero assolvere al meglio i propri compiti istituzionali. Montezuma offrì a Cortés, come atto di cortesia e benvenuto, l’importante bevanda. Nel raccontare questo episodio a Carlo V, ricordiamolo Re di Napoli, Cortés disse che la bibita gli era stata descritta come una “bevanda divina, che dà resistenza e combatte la fatica, e che personalmente aveva potuto vemificamne queste proprietà”.

A proposito di Napoli e del nostro Sannio, citerei immediatamente un personaggio storico nato a Baselice il 3 agosto del 1695, Antonio Cocchi, e che si incrocia con la storia del nostro territorio e della cioccolata. Le sue origini sannite, poco studiate, derivavano dalla madre, nativa appunto di Baselice. Insigne medico e filosofo della prima metà del ‘700 lesse il suo “Discorso sulla Cioccolata” all’Accademia Fiorentina il 23 luglio 1728. Nel testo, che non si discosta molto rispetto ad altri suoi discorsi egli affermò con vigore gli effetti benefici di questa bevanda, in contrasto con la maggior parte degli studiosi dell’epoca, sia medici che teologi.

Antonio Cocchi nacque a Benevento dove i genitori, Giacinto Cocchi e Beatrice Bianco di Baselice che si erano momentaneamente trasferiti nel Sannio, dal natio Mugello per motivi di lavoro. Visse gran parte della propria vita a Borgo San Lorenzo, località di cui la famiglia era originaria e dove la stessa aveva numerosi possedimenti. Nel 1713 studiò a Pisa poi a Firenze presso i Padri Scolopi e successivamente si laureò in medicina, seguendo l’attività paterna, presso l’Università di Pisa.

Nel 1736 fu nominato lettore di Anatomia nello Studio Fiorentino. Fu anche valente naturalista e, nel 1734, ricostituì la Società Botanica di Firenze con Pier Antonio Micheli. Il 12 marzo 1736 fu tra i personaggi che ebbero l’onore di trasportare le ossa di Galileo Galilei, nel nuovo sepolcro allestito nella Basilica di Santa Croce in Firenze.

Viaggiò molto in Europa, in particolare in Francia, nei Paesi Bassi e in Inghilterra, dove ebbe occasione di conoscere Isaac Newton, dedicandosi quindi allo studio della storia medica, traducendo anche trattati classici greci e latini. Fu membro dell’Accademia della Crusca ed uno dei primi membri italiani della Massoneria (fu iniziato come egli stesso scrisse nelle suo diario manoscritto Effemeridi, in una Loggia fiorentina il 4 agosto 1732 che teneva le sue riunioni nel palazzo di famiglia a Firenze).

La sua lode al cioccolato per l’epoca fu un atto di coraggio, non solo da un punto di vista medico ma, come abbiamo detto anche teologico. In molte comunità monastiche della Spagna l’uso del cioccolato era così diffuso che alle novizie veniva fatto pronunciare prima della cerimonia della vestizione sia il voto di castità sia quello di astensione dal cioccolato!!!

La chiesa cattolica di allora ne temeva gli effetti euforizzanti, rinvigorenti del tono dell’umore e condannava anche il  solo desiderio di espiazione e mortificazione attraverso l’astensione di questa dolcezza nel palato.

Invitato tra voi come storico del territorio, lascio agli altri Discussant il compito di tracciarne le linee di storia generale, e quelle dell’uso alimentare nonché del piacere fisico e psicologico che dona. Ma oltre al medico di Baselice il nostro territorio ha sempre avuto un rapporto privilegiato con il cioccolato. Anzi il binomio cioccolato-vino e quello cioccolato-liquore trova proprio tra le colline sannite il matrimonio più famoso e duraturo.

Oggi, e sempre nel Fortore intere comunità si dedicano alla lavorazione della pianta sudamericana ed alla trasformazione abbinata ai prodotti della nostra terra. Anche nel capoluogo esistono industrie, di fama nazionale, che si dedicano a queste produzioni.

Infine come omettere che gustare il cioccolato è un’esperienza di totalità dotata, di conseguenza, di un notevole valore terapeutico, perché, come insegna quella recente disciplina che costituisce il “body-mind healing”, quando si sperimenta la totalità, il corpo guarisce se stesso. Il cioccolato diventa rimedio medico per una serie di malanni: dalla cefalea, all’astenìa, dalla melanconia, cui è dedicata un intero intervento tra poco, alla debolezza sessuale.

Eppure nutrita è la schiera, ancor’oggi, di detrattori che ne sostengono tutto il male possibile: dalla ipercolesterolemia, al diabete, all’obesità, ai disturbi epatici. Potremmo sconfiggere questi tristi accusatori del nostro imputato, sostenendo comunque che è ben triste medicina quella nella quale l’uomo si deve astenere da tutti quei cibi che si desiderano in nome di presunti effetti nocivi. Ritengo invece che la presunta nocività del cioccolato non risieda nella sostanza in sé, bensì nell’atteggiamento psichico dell’uomo moderno, che conduce a un uso, che – di per sé – può diventare malattia e che, a sua volta, genera altre malattie. Molti antropologi sostengono che questo uomo moderno è oggi caratterizzato da un’adolescenza interminabile e infinita e, per questo, come un eterno adolescente è terrorizzato dal vuoto e dalla noia.

Egli è sempre più incapace di gustare il piacere preliminare, quello cioè associato alla tensione crescente relativa alla prospettiva della futura gratificazione. È orientato invece solo al piacere terminale, quello associato all’effetto di scarica legato al consumo: deve quindi esaudire compulsivamente ogni desiderio il più rapidamente possibile e nella quantità massima possibile. Siamo cioè, sostanzialmente, una società di malati bipolari, che cercano di allontanare la fase melanconica vivendo un perenne stato maniacale, che ci conduce a fare tutto in fretta, affannosamente, alla ricerca inesauribile di nuove sensazioni. Per rispondere alle esigenze di questo uomo moderno perennemente di corsa, incapace di trovare ritmi più sincronici con quelli della natura, il mondo economico si è adeguato confezionando un’offerta appropriata. Per l’uomo amerindo il cioccolato era rito, sacralità e segno di distinzione di casta; per i conquistatori spagnoli dolce, ritemprante riposo dalle fatiche guerresche; per i re e i nobili europei piacere ma anche squisita medicina oltre che, ancora, segno di riconoscimento di gruppi sociali che facevano della lentezza della degustazione segno di distinzione.

Oggi, invece,  nell’omologante processo del mangiare possiamo riconoscere quel desiderio di “avere di più, avere ancora”, che è costante nella nostra vita. Ecco spiegato il successo delle creme di cioccolato contenute in vasi capaci, che si presentano così invitanti da essere aperti sempre più frequentemente in una compulsione, che toglie qualunque molecola di piacere. Ne mangiamo sempre di più e allora ne derivano i danni, perché, come ancora afferma Ippocrate: “è la quantità che fa il veleno”. Il male quindi non è nella sostanza ma nella facile esauribilità dei piaceri che contraddistingue la nostra epoca.

Limatola (BN), aprile 2017

 

 

 

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