TELESIA 1349 PESTE E TERREMOTO
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TELESIA 1349 PESTE E TERREMOTO

TELESIA 1349 PESTE E TERREMOTO
 

TELESIA 1349 PESTE E TERREMOTO- POESIA

 

Quella che leggerete di seguito è la poesia declamata alla presentazione del mio libro: Telesia, 1349, Peste e Terremoto. In occasione di questa presentazione, avvenuta nell’Abbazia di San Salvatore Telesino, sono stati scritti diversi testi, poi, recitati.

 

Qui, ora.

Questa è la mia terra.

Qui sono stato partorito.

Questa è la mia valle, il mio mondo.                                  

Questo è il mio paradiso

adesso, qui.

 

Qui e solo qui

si può credere a quello che ci accade,

credere all’aria che ci accoglie quando usciamo 

e al saluto di chi incontriamo,

alla notte che viene,

alla luce che rimane, 

credere che non c’è malattia 

fino a quando parliamo con la nostra voce,

fino a quando lottiamo con gioia.

Qui e solo qui

attendiamo con fiducia ogni scena

del vivere e del morire, 

facciamo di ogni fatica una fortuna,

andiamo dentro le ore

senza saltarne una.

 

È Telesia

È la sua magia mai infranta, distrutta, umiliata, tradita!

Ma qui,

solo qui,

puoi credere alle nuvole

puoi credere nelle cose mute,

non tue, non vicine,

non addestrate a compiacerti,

ma qui,

solo qui

puoi credere alla dignità,

alla decenza della morte

che ti rimanda al mondo intero,

ad un mistero

che non ritratta niente.

Siamo finiti

E restiamo immensi.

 

Qui solo qui

puoi,

credere nella luce,

cercala sempre,

tra pini aceri muri, dirupi acque.

 

Qui

solo qui puoi

Sentire dentro di te

la follia

se ce l’hai,

se non te l’hanno rubata da piccolo.

 

La notte scorsa nel mondo 

sono morte tante persone.

Noi no.

È bene ricordarsi ogni tanto il miracolo

di stare nella luce del giorno,

davanti ad un albero,

ad un volto.

 

E’ Telesia,

è la sua valle,

i suoi paesi,

l’Appennino,

il Matese.

 

È la pigrizia magica

dei paesi senza il mare.

 

Siete morti voi,

voi che ci avete provato,

a compiere il massacro di ciò che è lieve,

lento,

sacro,

inerme.

 

Sono Telesia,

ci avete provato,

ed io non ho rabbia,

non ho sgomento,

non ho rancore,

mi basta sentire il rumore dei fili d’erba,

dove non c’è il troppo di ogni cosa,

dove il poco ancora ti festeggia

con la lingua pendula di un cane,

con la luce,

con la muta lussuria di una rosa,

per ritrovare

in questa terra la mia casa nel mondo.

Sicari implacabili

Sono solo

L’indifferenza e l’oblio.

 

Hanno detto che

Abbiamo bisogno di contadini,

di poeti,

gente che sa fare il pane,

che ama gli alberi

e riverisce il vento.

 

Hanno detto che

lo zolfo che mi corre sotto la vita

è il mio sangue,

la mia strada,

dà valore al silenzio,

al buio, alla luce,

alla fragilità, alla dolcezza.

 

Sono Telesia,

non aspetto niente da nessuno,

e se proprio devo,

mi aspetto l’immenso,

l’inaudito.

 

Non ho il mare,

eppure,

ogni angolo dei miei paesi

è magico, sacro,

esce dalle viscere della terra.

È un approdo

ai marinai di pianura

che gli fanno visita prima di partire

e dopo,

quando tornano.

Perché i marinai sanno

Che il mare è pericoloso

E le tempeste terribili,

ma non hanno mai considerato

quei pericoli ragioni sufficienti

per rimanere a terra.

 

È questa magia, questo sacro

un piccolo tentativo,

nell’immensità del mondo,

di essere religione,

nel senso che vuole legare delle emozioni,

delle vaghe suggestioni

intorno al finire di un mondo e all’inizio di un altro.

 

I tremori della mia terra,

i riti propiziatori,

il fluire delle acque viscerali della terra

sono Telesia,

l’arte della vita

è il mio respiro.

 

Fatemi festa,

perennemente,

fate parlare

la vita degli anziani,

dei contadini

dei custodi della mia terra.

Sono immemori

della politica,

dell’economia,

sono sole su una catasta di legna,

concime silenzioso per ginestre,

quiete di paese,

partigiani dell’alba,

conche sotto una grondaia,

sono alberi gioiosi nel vederti,

felicità di una mattina quando ha smesso di piovere,

si è ascoltare

il respiro della terra,

dello zolfo nelle sue vene,

si è ascoltare

l’unica politica e l’unica economia,

di cui c’è veramente bisogno.

 

È il mio genius loci,

è semplice,

è poesia.

 

La poesia

è l’unica che può

portare in superficie

ciò che io,

Telesia,

porto nelle viscere,

l’eterna lotta

tra il bene ed il male,

tra il fuoco solfureo

e il tremore del profondo.

 

 

 

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